Leggete e bevetene tutti

Leggete e bevetene tutti.

Perché una guida irriverente per allegri bevitori e non semplicemente una guida?

Innanzi tutto perché le guide non le so scrivere e non sento di avere l’autorità per farlo.

Poi perché le guide sono spesso troppo tecniche ed il loro uso è fisiologicamente rimesso agli operatori del settore che non sentiranno il bisogno di una mia opinione in merito.

Leggete e bevetene tutti nasce originariamente come un diario delle mie esperienze col vino, sia delle vendite che delle degustazioni.

Poi pian piano, più stavo a contatto con il pubblico più capivo come di un argomento così vasto e importante qual’è il vino, fosse necessario parlane in modo “potabile”

Così, ho cominciato a rivolgermi ad un interlocutore fittizio, partendo dal presupposto che fosse come minimo astemio.

Da lì ho iniziato a rivedere le mie note, il mio linguaggio ed il mio atteggiamento con gli altri e - inutile a dirsi -  le persone iniziavano ad ascoltarmi.

Ho provato a parlare di vino usando un linguaggio ironico, a volte colorito, ammettendo le mie mancanze e i miei trascorsi, partendo dai miei studi certo, ma usandoli come grimaldello per invogliare i lettori alla conoscenza di un mondo sfaccettato, eterogeneo e bellissimo.

La conoscenza del vino, passa anche dagli aspetti tecnici che in questo libro vengono sfiorati quel tanto che basta per liberarci dal timore di “non saperne proprio parlare”.

Sono un sommelier? Si, certo. Sono un allegro bevitore? Si, sopratutto.

Ma chi sono gli allegri bevitori?

Allegro bevitore è chi - al di là della composizione del vino - sappia apprezzare semplicemente il momento in cui lo scopre e lo  assapora.

Allegro bevitore è chiunque sia in grado di amare il vino e comprenderne l’anima viva e cangiante,  ridente e appassionata.


No Vermouth, no party! Cinque modi fighi per berlo.

Dopo anni d’incomprensibile oblio, la mitica bevanda a base di vino, è fortunatamente tornata alla ribalta.

Negli ultimi due anni, infatti, la produzione in Italia è passata da una ventina di etichette ad oltre un centinaio.

Wermut in tedesco significa artemisia (o assenzio) pianta amara aromatica per eccellenza, che caratterizza l’impronta di quello che è stato definito un “vino di lusso”, creato da tale Antonio Benedetto Carpano.

Classe 1765 Carpano era un garzone di bottega poco più che ventenne nella liquoreria e vineria di Marendazzo nell’allora Piazza delle Fiere (e scatta subito la corrispondenza di liquorosi sensi).

Il genio d’origine biellese, creò la sua formula nel retrobottega torinese nel 1786, inventando il vermouth e quindi l’aperitivo. Benedetto Carpano! Di nome e di fatto. Il successo fu tale che la rivendita venne riconvertita in un bar aperto h24.

Un po’ come il nostro Ganci, ma da cinque euro al pezzo.

La scelta del nome dall’eco teutonica per un prodotto tutto torinese, pare sia stata dettata dalla volontà di incensarsi la reale Casa Savoia che all’epoca declamava a gran voce la propria discendenza da Re Ottone II di Sassonia. Meglio così. Pensate se il vermouth fosse stato inventato oggi ed al posto delle eleganti donnine dai banconi dei wine bar capeggiassero locandine con il simpatico faccione della Merkel; roba da restarci sobri per sempre.

Ad ogni modo, il vermouth divenne la bevanda ufficiale dei Savoia ed accrebbe la sua fortuna che esplose nella belle epoque, nell’epoca dei raffinati calici di vetro in cui era servito, nell’epoca di ToulouseLautrec cui s’ispirarono le celebri locandine dedicate alla real bevanda.

Ballerine squattrinate e signorotti mondani si univano sotto l’egida di un’ebbrezza alcolica aromatica al ritmo forsennato del can-can.  Quando si dice, nascere nel secolo sbagliato…

Nelle sue numerose varianti da extra secco a dolce, è ottimo come aperitivo, indispensabile nella mixology e perfetto a fine pasto: con il suo retrogusto antico e la sua forza evocativa – manco fosse un film di Baz Luhrmann – il Vermouth sta vellicando di nuovo il palato degli uomini e delle donne e si ritaglia un ruolo principe nelle bottigliere dei locali alla moda.

Ecco cinque modi fighi per gustarlo:

CARPANO ANTICA FORMULA liscio/on the rocks: Il Re Carpano inventato dal genio creativo di Armando Testa, domina ancora oggi la categoria dei vermouth.

Un bicchiere di Antica Formula (dalle ore 17:30 alle 00:00) ti conferisce stile ed autorità in materia. Ha un aroma intenso d’agrumi e chiodi di garofano con un finale all’amaretto che precede una forte nota vanigliata. E’ l’aperitivo o il fine pasto dell’uomo trendy e sicuro di sé o della donna da presentare a vostra madre. Bevuto con disinvoltura nelle giuste ma robuste quantità, vi consente di avviarvi alla cena come se foste David Bowie ma in frac.

RENDEZ-VOUS con PUNT e MES:  40 ml di Punt e Mes, 20 ml di Fernet Branca e 40 ml di soda water per un cocktail di classe, intenso e deciso per chi ha tutto e niente da dimostrare. Il Punt e Mes è lo storico vermouth  di casa Carpano, con una punt dolce e mes (mezza) amara dovuta all’aggiunta di china; ricordato anche per  il  celebre logo creato sempre da Armando Testa nel 1960.

Perfetto per i disinvolti, da sorseggiare anche alla luce del sole in pieno centro, mentre lo sciù scià vi lustra la stringata dei F.lli Rossetti.

NEGRONI con VERMOUTH del PROFESSORE: è il cocktail inventato dal Conte Camillo Negroni.  Si narra che il nobile uomo sia partito dall’Americano aggiungendovi il gin (che ci piace tantissimo).

E’ ancora oggi il principe degli aperitivi, perché predispone il palato e lo stomaco al cibo che sarà consumato.

Se preparato a regola d’arte, non stanca mai e diventa eccelso con l’uso del vermouth prodotto dalla “Antica distilleria Quaglia”.

Se il barman vi guarda di traverso e dichiara di non avere questo vermouth, sentitevi in diritto di protestare o di cambiare locale. Non lo rimpiangerete.

STORICO VERMOUTH DI TORINO COCCHI con formaggi caprini: Ebbene sì, il vino aromatizzato si presta ad abbinamenti gastronomici funambolici ma nemmeno tanto azzardati. Lo Storico Vermouth di Torino colpisce per le note di cacao e arancia amara che orchestrano un piccolo campione balsamico e speziato di canfora, muschio e noce moscata.  Perfetto come ingrediente di uno strepitoso Manhattan (per i fan di Woody Allen ma anche quelli di “Sex & The City”) è sorprendente in abbinamento a formaggi caprini di media stagionatura; dedicato ai gastronauti alla continua ricerca delle colonne d’Ercole.

VESPER MARTINI: il cocktail prevede l’impiego del Kina Lillet oggi detto Lillet Blanc, vermouth francese a base di uve semillion e sauvignon blanc.

E’il cocktail di James Bond in “Casino Royale” e “Quantum of Solace”. Punto. La ricetta di Ian Fleming prevede: «tre dosi di Gordon, una di vodka, la metà di Kina Lillet».

Riservato all’uomo forte e  del buon bere, impassibile e con i gemelli ai polsini, o alla donna dal tacco dodici con il fegato da camionista, capace di scalare il K2 o rincorrere il bus senza emettere una goccia di sudore.

Liscio, mixato o abbinato, il vermouth conserverà sempre il suo allure da intellettuale bohémien e sarà sempre – oggi come ieri –  una scelta di stile.


Kobe mi diverto. La fortuna di essere manzo

Immaginate di essere un bue, destinato dalla nascita alla macellazione. Immaginate però di essere un bovino giapponese di razza Tajima, nato a Kobe, sull’isola di Honshu in Giappone.

Allora sarete sì destinati ad una brutta fine nel pieno della vostra esistenza, ma avrete vissuto una vita che la maggior parte dei bipedi umanoidi se la sogna.

Il manzo Kobe è probabilmente la varietà più prelibata al mondo, vero e proprio Graal per gli accoliti della carne rossa.

La sua caratteristica principale è la marezzatura (cioè la presenza di venature di grasso all’interno del tessuto muscolare) praticamente perfetta, un equilibrio mistico tra “carne” e grasso, ma un grasso nobile e buono, la cui percentuale di colesterolo è più bassa rispetto alla stragrande maggioranza delle carni rosse prodotte nel mondo.

Gustare il manzo Kobe, è un’esperienza che vale la pena fare almeno una volta prima di morire, perché ha un gusto unico che non si scorda più, una consistenza che ridefinisce il senso del “si scioglie in bocca”.

In pratica un burro che fa bene al cuore ed al palato, gustoso, profumato e un po’ dolciastro.

E’ sublime nella cottura alla griglia, adatto alla pietra lavica, incomparabile nella versione brasato ed unico se mangiato crudo. Una goduria.

Il vostro portafogli potrebbe però protestare ed indurvi a desistere perché effettivamente il Kobe costa un bel po’. La carne può arrivare ad un prezzo che va oltre i € 1000/kg ed una bella bistecca al ristorante potrebbe costarvi anche € 300.

Viene da chiedersi: Perché il manzo Kobe è così buono? E perché costa così tanto?

Presto detto. Al di là di essere un toro castrato (e questa vi assicuro è l’unica nota dolente per il caro bovino) o una scottona (una mucca che non abbia partorito) gli allevatori di manzo Kobe, riservano ai loro capi di bestiame un trattamento che nemmeno Chiara Ferragni durante la fashion week.

Lo scenario è il seguente: Il nostro amico Kobe, vive in un arcipelago di natura vulcanica e montuosa, in una rigogliosa pianura con le cime innevate sullo sfondo, alberi di ciliegio in fiore, prati verdi e lussureggianti in cui bivacca fronte mare.

Ha un bel manto nero e lucido costantemente spazzolato, si nutre di riso, fieno e grano selezionati, beve birra a più non posso e non può mai e poi mai superare il peso di 470 kg; praticamente è il Jason Momoa delle razze bovine.

In considerazione della loro stazza e dello stile di vita rilassato, per sopperire alla limitata attività fisica svolta (considerate che non possono nemmeno fare all’amore) i dolcissimi Kobe vengono costantemente coccolati ed addirittura massaggiati per garantire un idoneo risveglio muscolare e sopperire all’inattività.

Coccolati, ben nutriti e con una final destination che – a quanto si dice- rispetta la dignità ed il benessere fisico e mentale dell’animale (ma di questo – ahinoi- non avremo mai contezza); è quindi scontato che la carne che si ottiene da questa filiera produttiva sia di altissimo livello.

A conti fatti, essere un Kobe, non è poi così male.

A pensarci bene, se mai un giorno in virtù della vita che ho condotto dovessi reincarnarmi in un quadrupede, vorrei proprio essere un Kobe.

Avrei cibo, alcool e massaggi tutto il giorno, una forma perfetta senza praticare sforzi, un panorama da urlo con vista sull’oceano e mi avvierei alla morte con Angel di Aretha Franklin in sottofondo.

E con buona pace di Foscolo, sarei ricordato da tutti e per sempre come l’esperienza più goduriosa delle loro vite.


#Cinegustologia: il Perricone ed Ettore Scola

#Cinegustologia: il Perricone ed Ettore Scola.

Il Perricone è vino astruso, quando si presenta è difficile, spigoloso, non può farci niente.

Almeno una volta nella vita, tutti ci siamo sentiti  un pò Perricone: lui è così com’è.

Parlo del Perricone estremo, quello che non viene ingentilito con altri vitigni che lo rendono più smooth di quello che in realtà è: un uva ingenua ma piena di sentimento, altera  nel suo essere spigolosa e comunque bisognosa di essere amata.

Quando bevo un bicchiere di Perricone penso alla semplicità, alla poesia che solo l’incontro di due purezze estreme ed apparentemente antitetiche può creare. Penso ai profumi dolci di bucato e di liscina che ricordano mia nonna e le terrazze assolate della sua campagna dove i panni asciugavano.

Il calice è pieno di un rosso rubino impavido, e gli aromi che sprigiona sono così forti e contrastanti: ritrovi la violetta e l’alloro, la mora e a volte un forte puzzo d’aia dove ingenuo e felice razzolavi anche tu.

Lo bevi ed il calore ti travolge e poi ancora la bocca si secca e non ti spieghi questa progressione che si chiude con un sapore deciso, poi astringente e poi caldo, lungo, quieto e inquieto.  Il vino si rassegna nella bocca, prima l’asciuga e poi si arrende per mostrarsi nella sua ingenua ed insopprimibile diversità.

Essere un Perricone è difficile. O sei ingentilito e domato ed asservito alle logiche di quelli che ti vogliono composto e rassicurante o sei uno scomodo, incompreso per avere detto la tua verità sapida ed astringente. 

E’ un vino dalle due anime apparentemente distanti, asincrone: come quella di una moglie soverchiata e madre incompresa e quella di un intellettuale  omosessuale ed aspirante suicida, protagonisti del capolavoro di Scola.

E’ un attimo e si crea l’equilibrio: lei chiede aiuto e lui desiste dall’insano proposito e le si rivolge, scherza, la vede e  perde quell’aria greve; accennano passi di danza, si abbracciano.

Il Perricone è un vino crudo come l’amplesso disperato di Antonietta e Gabriele. Un cerchio dentro una quadra. Un episodio di grezza simbiosi ed impossibilità fattuale.

E’ un istante da custodire per ricordarsi che esiste un modo diverso ed autentico di essere se stessi; un modo troppo scomodo in un mondo di casalinghe rassegnate ed uomini alla brillantina.

Un vino da amare “così com’è”.

Dedicato ai capelli di Marcello Mastroianni in “Una giornata particolare” E. Scola, 1965


Cameriere, Gin Tonic! - Se Peppino Di Capri fosse nato nell ’83

La bollicina oggi come ieri è tutto. Fa brio e compagnia, sgrassa e manda tutto giù.

Ciò che è cambiato con il passare degli anni è la grana di quelle bollicine in cui tutto si riflette: la felicità delirante, il malumore, il capo stronzo, la giornata storta.

Ieri i nostri padri – almeno quelli più “glamourous”-, annegavano le loro pene e celebravano le gioie in elegantissimi calici di Moet Chandon, Pol Roger e Dom Perignon, fumando Marlboro come se non ci fosse un domani. 

Oggi noi – più poveri letteralmente ed emotivamente- ci buttiamo sulla tonica e sul tabacco trinciato, con somma gloria degli astemi che si vedono svoltare le serate potendo scegliere tra una girandola infinita di gusti, aromi ed etichette di acqua tonica e ginger beer.

Lo champagne, in quanto simbolo di ricchezza e stoica decadenza, è oggi un retaggio più che superato, una roba da vecchi borghesi boccolosi; noi che siamo giovani ancora per poco, per dare una base alcolica ai nostri pensieri, abbiamo scelto il gin.

Siamo i figli di mezzo, i nativi depressi contro i nativi digitali che spingono per spedirci nell’oblio della storia. Ecco perché non si beve solo per bere o per seguire un trend ma per sanare una ferita; ecco perché beviamo quello che sostanzialmente è una medicina: il gin tonic.

Come in tanti ormai sanno, la versione primitiva del gin nasce in Olanda nel 1650, quando un medico dell’università di Leiden tale Dr. Sylvius, scoprì gli effetti benefici delle bacche di ginepro sul sangue ed inventò così un medicamento ottenuto da quelle simpaticissime bacche chiamandolo jenever. Successe poi che nel XVII secolo, durante la lotta tra cattolici e protestanti, olandesi e inglesi si allearono. Gli inglesi conobbero il jenever e come solo loro sanno fare, lo distillarono e lo chiamarono “gin”.

Ma non finisce qui. Nel 1794, il chimico tedesco Johann Schweppe (il nome vi dice già tutto) creò una forma primigena di acqua tonica usando la soda e facendone una medicina. Infine nel XVIII secolo, quando gli inglesi colonizzarono l’India, portarono con sé gin e tonica, li miscelarono e ci curarono la malaria. DIO SALVI LA REGINA!

Oggi il pericolo non è più la malaria ed i parassiti che ci debilitano non fluttuano più soltanto nel sangue, ma tutt’intorno a noi, nel cervello, a lavoro, a casa, in auto e per le strade.

Quello che serve è un balsamo frizzante che supporti con brio la voglia di obnubilazione ed il gusto della decadenza, cercare un ritmo decelerato delle pulsazioni, ma sempre con l’eleganza, lo stile e il bell’impatto visivo che solo un gin tonic può dare.

Depressi sì, ma comunque, “attractive”, and “fashionable”; insomma si cerca di piangere con un occhio solo.

Arriva un evento da festeggiare, una promozione, le bollette da pagare, arriva la fine di un amore.

Intorno a te tutto è in slow motion, il pensiero corre a Peppino Di Capri ed a quel capolavoro di canzone e vuoi delle dannate bollicine per scoppiarci dentro. 

Sei già alla fine del mese, ti sei sputtanato quasi tutto lo stipendio, però hai ancora dieci euro e tanto basta per procurarti la medicina, uno scudo fatto di bolle e profumi intensi.

«Cameriere, Gin Tonic!». Nell’attimo di un sorso cambiano le prospettive e ti senti più fiducioso nei confronti del futuro.  Così come rivive la bollicina nel bicchiere, anche tu trovi nuovo slancio, sei perfettamente in te stesso, nella tua bolla.

E se anche ci si ritrova sfatti e soli, seduti in un locale scalcinato, sorseggiando gin tonic e chiedendosi ossessivamente se si è appena fatta una cazzata, basta mandare giù un sorso cauterizzante e ci si rilassa un po’ .

Perché è vero, come dicono tutti che “soli si nasce e soli si muore” ma forse da qualche parte nel mondo c’è ancora qualcuno disposto a correre con te, come quelle bollicine che risalgono veloci dal fondo del  bicchiere.