Un secolo di Negroni: cinque varianti di un classico senza tempo.

Cento anni e non sentirli. É proprio il caso di dirlo a uno dei cocktail più amati al mondo: il Negroni. 

La leggenda narra che intorno al 1919 il Conte Camillo Negroni, cliente abituale del Caffè Casoni di Firenze, chiese al bartender e amico Fosco Scarselli di “irrobustire” il suo solito cocktail (un mix di bitter, vermouth rosso e soda). 

Il conte, reduce da esperienze londinesi, chiese di aggiungere del gin all’innocua preparazione così da dare una bella spinta alcolica senza alterarne il colore. Da allora, sempre più persone cominciarono a chiedere il drink “alla maniera del conte Negroni“. O più semplicemente, un Negroni.

Fu così che nacque una leggenda che ancora oggi conserva il suo fascino semplice e robusto. 

Da oltre cent’anni è il cocktail perfetto per tutte le ore del giorno e della sera che predispone ai pasti ma sopratutto all’interazione sociale. Forte, fresco ed equilibrato ha un gusto unico ed è senza dubbio, uno dei miei cocktail preferiti in assoluto. 

Si dice che il conte ne bevesse almeno 40 al giorno… roba da coma etilico direte voi. Non esattamente. All’epoca il Negroni veniva servito in bicchieri decisamente più piccoli, come i calici da Cordiale dalla capacita di 3 cl.  Certo, il conte ci andava giù pesante e non mi stupirebbe sapere che la sua morte, sopraggiunta nel 1934, abbia avuto a che fare con la resa del suo fegato... 

Ma come si prepara il Negroni? Una parte di bitter, una di vermouth rosso, una di gin. A proposito di gin,  la migliore scelta per una classico Negroni è il  Gordon's gin. Si, esattamente. Proprio quel gin con cui siamo cresciuti e abbiamo perso la dignità ai festini open bar.

Se parliamo di vermouth e bitter non possiamo non pensare ad altre eccellenze italiane: quella tutta torinese di Martini e Rossi e quella milanese del  genio di Gaspare Campari, inventore del bitter e dell’omonima azienda. Nemmeno a dirlo, Milano-Torino è il nome del cocktail che può essere considerato l’austrolopiteco del nostro amato Negroni, preparato con vermouth rosso e bitter Campari in uguale quantità.

Se poi al Milano-Torino, si aggiunge la soda, si ottiene un altro grande classico dell’aperitivo che negli anni 30’ - in onore del successo del pugile Primo Carnera a New York- venne chiamato americano, il papà nel nostro amatissimo.

La versione originale del nostro beniamino alcolico è e resta sempre una certezza nei nostri bicchieri (in questo caso sempre e solo tumbler), ma esistono delle varianti (che nel gergo della mixology si definiscono twist-on) che pure ci piacciono tanto: ecco le cinque più famose. 

  1. Sbagliato. Il genio italico non si fermò solo alla creazione del Negroni, ma diede vita ad una famosissima variante, anzi ad famosissimo sbaglio. Nel 1960 al Bar Basso di Milano, il buon bartender Mirko Stocchetto, nella foga creativa che solo un Negroni può creare, sbagliò bottiglia e mise lo spumante brut al posto del gin. Nacque così un’altra leggenda dal tenore alcolico più contenuto: il Negroni sbagliato (o semplicemente “sbagliato”).
  2.  Punt e Mes Negroni.É la mia variante preferita: più amarostico dell’originale, la sua paternità viene rivendicata dal regista Luis Buñuel nella propria autobiografia dove lo chiama “Buñueloni”. Il Martini viene sostituito dal Punt e Mes, un vermut italiano della famiglia Carpano, dal colore più scuro e dal sapore più amaro. 
  3. Cardinale. Negli anni '50 a Roma, un prelato tedesco era solito frequentare l’Excelsior di via Veneto, dove il barman, Raimondo, gli propose di provare un cocktail creato da lui. Ispirandosi al colore dell’abito del suo cliente, sostituì il Martini rosso con il Dry e chiamò la sua invenzione Cardinale. Quando si dice la fantasia...
  4. Negroski.Una celebre variante che arriva dall’est è il Negroski, meno romantico e più amaro dell’originale è preferibile assumerlo dopo cena. Il gin viene sostituito dalla vodka e perde di fascino.
  5. Boulevardier. Ultimo ma non per importanza il mio amatissimo Boulevardier. Qui la storia cambia sensibilmente diventando meravigliosamente calda e avvolgente. La sua creazione è attribuita a Erskine Gwynne, scrittore che nei primi anni ’30 fondò una rivista mensile chiamata Boulevardier. Il Gin viene sostituito con il Whisky (normalemnte un bourbon) e decorato con una ciliegina al maraschino oppure la scorza di limone. Alcuni lo servono on the rocks ma per me, la sua morte è liscio liscio, senza nemmeno una scorzetta di limone. 

Nella sua apparente semplicità, il Negroni va eseguito con precisione: il suo segreto è l’equilibrio che in pochi sanno rispettare alla perfezione. 

Servito nel tumbler con ghiaccio e fettina d’arancia, se preparato con cura, non ci deluderà mai.  E qualora ve lo steste chiedendo: no, la cannuccia non è ammessa. 


40% all’ombra: cinque alternative alcoliche per sconfiggete il caldo.

Dalle mie parti, nelle ridente e umidissima Palermo, l’estate si è fatta attendere un pò e adesso è arrivata con tutta la sua tempra africana. 

Si suda tanto, si soffre di più ma impenitenti come babbaluci dopo la pioggia, la sera si esce e si va a bere qualcosa. Con questo caldo però scoprirete che i cocktail che eravate soliti tracannare fino a qualche settimana fa, vi scaldano più del piumone dell’Ikea. 

Anche l’amatissimo gin tonic - che pure in condizioni di normalità e moderata ventilazione va sempre bene - risulta pesante quando stillate gocce di sudore dopo una breve passeggiata. 

Per combattere quest’afa asfissiante che le previsioni meteo danno in forte aumento, vi consiglio di dire basta al solito spritz e di provare queste cinque validissime alternative ai soliti cocktails.

  1. FRENCH 75      Dedicato agli amanti delle bollicine e del gin rientra nella famiglia degli sparkling ed è la chiccheria fatta cocktail. I suoi ingredienti base sono gin, succo di limone e zucchero che vengono shakerati e colmati poi con lo champagne in eleganti flute. La storia ne attribuisce la paternità ad Harry Macelhone, proprietario nel 1915 del Harry’s American Bar di Parigi, uomo che ha letteralmente fatto la storia dei cocktails. Il suo nome sembra risalire a quello di un cannone francese utilizzato nel corso della I guerra mondiale, ma di questo nessuno è certo. Quel che è certo è che il French 75 è un aperitivo perfetto, con un allure unico e non può assolutamente mancare nel bagaglio alcolico di una donna di classe. 
  1. DARK and STORMY       Fa parte della famiglia dei buck che comprende tutti i drink preparati con un distillato miscelato con lime e ginger beer. Ebbene si, il vostro amato Moskow mule  rientra in questa famiglia prima chiamata buck ma  ormai nota come mule: London mule, mexican mule, e simili sono tutti fratelli. Nel dark and stormy il distillato è rappresentato tradizionalmente dal Gosling’s Black Rum (in assenza di questo, un bravo barman saprà consigliarvi una valida alternativa). La leggenda narra che quando un barman servì un marinaio e versò il rum sopra il ginger beer, il marinaio esclamò: “questa è una nube di tempesta, ne un pazzo ne un uomo morto la navigherebbero!” Provare per credere. 
  1. MINT JULEP      É la prova che anche il whiskey - se ben miscelato - può risultare fresco e dissetante. La ricetta non è per nulla complicata e prevede zucchero, foglioline di menta, un goccio d’acqua, bourbon e ghiaccio tritato (esistono varianti anche a base di rum o brandy). La storia racconta che la prima apparizione del cocktail avvenne il Louisiana nel 1700 come medicina: un tonico per problemi di nausea e digestione. Ben presto, divenne una bevanda ricreativa che i veri uomini consumavano anche nel pomeriggio; una sorta di tè freddo per chi non deve chiedere mai. 
  1. PASTIS     Il liquore nacque secoli fa a Marsiglia ed è oggi la bevanda hypster per eccellenza. Fu inventato da Paul Ricard che modifica una ricetta già esistente e crea il suo liquore a base di anice stellato, liquirizia, zucchero e alcol. Amatissimo tra i fan della nostra acqua e ‘zammù è tutt’altro che scarsamente alcolico. Normalmente non si beve puro ma con l’aggiunta di acqua fredda e successivamente ghiaccio. Il pastis è formalmente un aperitivo ma mai nessuno con questo caldo infernale si azzarderà a dirvi nulla se lo consumate  after dinner. 
  1. TOMMY’S MARGARITA       É un all day cocktail più apprezzati di sempre, sia perché si può bere a tutte le ore del giorno e della sera sia perché il gusto del tequila, del lime e dello sciroppo di agave sono ben bilanciati e regalano sensazioni uniche di gusto e freschezza. La sua storia è particolarmente recente: è stato creato nel 1990 da Julio Barmejo, figlio dei proprietari del locale Tommy’s Restaurant di San Francisco che vanta ad oggi una delle più vaste selezioni del nostro amato distillato messicano. Il buon Julio effettuò una semplice variazione al più classico Margarita, sostituendo il triple sec con lo sciroppo di Agave. Un’ulteriore variazione? Provatelo con il mezcal al posto del tequila per sfiorare i limiti della perfezione.

Provateli uno per volta o tutti insieme, andrà comunque bene: tutto dipenderà dal caldo e  dal vostro stato d’animo.


L'oroscopo alcolico dell'estate

ARIETE. Giove potrebbe aiutarvi a risolvere un problema economico o legale  che vi consentirà di poter fare un viaggetto. L’estate inspiegabilmente vi porta anche una ventata di ottimismo e avrete voglia di bere Cuba Libre senza pietà. A settembre capirete che non c’era nessun motivo per sorridere e cadrete in una leggera depressione, ma il rum continuerà a farvi compagnia. 

TORO. Con la primavera vi sentivate più liberi e più forti anche a livello sentimentale. L’amore latita, qualche buon incontro ma nessuno decisivo.  Un pò di sfiga tra giugno e luglio sarà attenuata da litri e litri di pinot bianco. Ma a settembre, ubriachi e con il fegato a pezzi, ritroverete la serenità.

GEMELLI. Se state cercando un nuovo lavoro probabilmente riuscirete nell’intento. realizzarsi entro la fine dell’anno. Dopo una primavera fiacca, agosto consentirà di recuperare il fisico e la linea che vi sputtanerete tranquillamente al bar, fagocitando stuzzichini e ettolitri di Spritz. Ok, d’accordo, ma lo Spritz dopo cena non è consentito: andateci di Negroni. 

CANCRO. Saturno continua con la sua opposizione almeno fino a giugno; poi entrerà nelle fila del PD e voi comincerete a respirare. Il gin tonic sarà sempre e comunque una consolazione mentre vi accorgerete che attorno voi hanno tutti dei problemi serissimi e che l’unica soluzione possibile per avere una vita sociale decente è quella di accettarvi belli per come siete e cominciare a pretendere di più dagli altri. 

LEONE. Siete al massimo delle vostre energie, pronti a conquistare e persuadere tutti. Anche sul fronte sentimentale sembra che questa sia la migliore estate degli ultimi 10 anni. Ma il caldo sarà eccessivo, non vi accorgerete della fortuna sfacciata che vi circonda e dovrete aspettare settembre per avere una gioia. Nel frattempo, vagonate di carricante, vino secco e sapido dal sicuro appeal, vi sostenteranno nelle caldi notti estive. 

VERGINE: Non c’è nulla di male nel sentieri stanchi e volere cambiare qualcosa che dura da troppo tempo. Quest’estate ci saranno un sacco di cambiamenti nella vostra vita lavorativa e privata e non sempre positivi: dimenticherete il dimenticabile con un mare di Margarita.

BILANCIA: É giunto il momento di andare oltre e superare l’eclissi di questo inverno. In realtà prima che accada, dovete saldare una grosso debito e invece di partire come previsto, resterete al lido sotto casa. Poco male, avete comunque il mare vicino e birra in lattina da 0,50 €.

SCORPIONE:Vi siete messi in gioco e avete dato tutto di voi stessi in una storia in cui nemmeno Sandro Mayer ci avrebbe creduto. La delusione è tanta, ma gli amici non vi mancano e per fortuna nemmeno i cocktail bar. Via libera a fiumi di Pisco Sour, bevanda nazionale del Perù perché è proprio li che vorreste fuggire. 

SAGITTARIO: Grinta e determinazione sono le parole d’ordine anche di questa estate 2019. La strada è in salita ma lastricata di imperdibili occasioni.  Grandi gioie con l’arrivo di settembre: nel frattempo la vodka vi farà da balia in questa estate tutta in salita. Portate pazienza e tanti Vodka tonic. 

CAPRICORNO: Via avevano assicurato che il 2018 e il 2019 sarebbero stati gli anni della riscossa… non la vostra evidentemente. La vita privata è al tracollo, l’amore è andato via come Marco nella canzone di Laura Pausini. Si, vi restano gli alcolici: Corpse Revivert in quantità industriali per superare le sbornie del destino.

ACQUARIO: Sembrava essere giunto per davvero il momento della riscossa. Non è così, questa riscossa potrebbe non arrivare mai. Non in questo secolo. Piccole gioie d’amore in compenso allieteranno un estate piena di ansie e preoccupazioni. Cosa bere? Tom Collins, una piccola certezza “old” che non delude mai. 

PESCI: avete fama di essere animi sensibili e artistici, per questo una semplice avventura estiva vi sembrerà una eterea e romantica storia d’amore, che alla fine potrà minare la già labile stabilità emotiva. I matrimoni degli amici faranno il resto. Acqua santa sour o un più semplice Pimm’s vi aiuteranno a sopportare se non l’amarezza, il caldo asfissiante. 


Pensavo fosse amore invece era Mark Caltagirone: cosa bere se il tuo amore è un fake

L’abbiamo vista in lacrime in Tv: Pamela Prati confessa che il suo fantomatico fidanzato e promesso sposo Mark Caltagirone, in realtà non esiste. Dichiara di essere stata raggirata e plagiata, scoppia in lacrime; lei ha creduto veramente all’esistenza di quell’uomo, dice.  “Che assurdità!” penserete. 

Ma pensateci un attimo e pensateci bene. In fondo, in un modo o in altro, non abbiamo avuto tutti un amore fake?

Amori sbocciati e consumati esclusivamente a colpi di chat su Messenger e conversazioni fiume su WhatsApp. No dico… io conosco gente che dice di essere fidanzata ma che il tipo/tipa vive fuori, si messaggiano ogni 30’’ ma niente, mai visti di persona. Non una cena, né un aperitivo. Un amore virtuale. 

Ne conosco altri che incontrano qualcuno che sembra davvero perfetto ma ha qualche problemuccio in famiglia. Questi in realtà celano e camuffano una vita parallela, millantando complicate circostanze familiari e scuse assurde per giustificare la loro assenza.

A volte siamo proprio noi in totale autonomia, a ricamare un ideale su qualcuno che alla fine è piuttosto normale ma - forse la noia, forse la voglia di un finale alla La bella e la bestia - finiamo per innamorarci di qualcuno che non c’è. Lui sembrava Khal Drogo ma in realtà è più simile a Gigi Marzullo (che pure ci piace tanto). Lei sembrava Daenerys Targaryen* al massimo del suo splendore e lucidità ma in realtà ha la tempra e le ambizioni di Puffetta. 

Pensavo fosse amore invece era Caltagirone… e non è sempre colpa degli altri. Insomma, capita… ci si fanno i così detti flash e ci si innamora di qualcuno che non esiste. 

Il sentimento magari è pure autentico così come la delusione che arriva, puntuale come una partecipazione di nozze a giugno.

Come sempre, gli alcolici ci vengono in soccorso e al netto dei pochi amici che ancora ascoltano certi vaneggiamenti, conviene mettere mano al portafogli e procurarsi qualcosa da bere. 

  1. Se l’amore è stato tutto un social. Prima o poi realizzerete che in realtà non c’è granché per cui disperarsi. Nel frattempo, vuoi l’orgoglio ferito, vuoi la delusione di non aver potuto incarnare quell’amore, una vagonata di Fresconegro (cocktail a base di Amaro Montenegro e acqua tonica) made in Taverna Azzurra, farà al caso vostro. Perché? Presto detto. Costano poco e siccome ve ne serviranno davvero tanti, meglio non spendere cifre assurde di cui vi pentirete una volta rinsaviti. 
  2. Lui/lei ci ha mentito così bene che nemmeno Bill Clinton sul sexgate e Monica Lewinsky. Qui le cose cambiano. La sensazione della presa per i fondelli è bruciante e ci si sente pure stupidi. Non c’è gara: ettolitri di gin senza limiti.  Il gin è la panacea di tutti i mali. Da bere liscio consiglio Old Tom 'Ki No Tou'  della Kyoto Distillery. Con la tonica invece il Tanqueray Rangpur dai sentori agrumati. Per i fanatici del cocktail Martini: Martin Miller’s Westbourne Strength e il vermut Noilly Prat. Sono più costosi del Fresconegro ma  vanno ancora di moda e non si corre il rischio di dare nell’occhio quando si beve in pubblico. L’alternativa è andare in analisi da uno psicoterapeuta che costa ancora di più. Almeno con il gin potrete sperare di prendere sonno. 
  3. Se avete fatto tutto da soli. Soltanto affogare nel whisky può seriamente lenire la bruciante  sensazione che la presa di coscienza di essere stati degli autentici pirla comporta. Uno scotch o un bourbon saranno perfetti (si, sono entrambi whisky ma sono fatti in posti e modi diversi. Tratteremo l’argomento a parte). Tra gli scotch lo Speyside 1995 Blended Malt 20 y.o. di Samaroli sarebbe perfetto oppure il Single Malt Lagavulin che comunque  piace ed è più economico e facile da reperire. Tra i bourbon il Kentucky 10 y.o. Michter’s sarebbe quello giusto ma è difficile da trovare da queste parti. Ripiegate sul Buffalo Trace o sull’iconico Wild Turkey 101.  Se non volete berli lisci, potete sempre affidarvi alla mixology e uccidervi con intensi Rothmans ed eroici Rob Roy a base di scotch oppure affondare in classici Old fashioned o aromatici Boulevardier preparati con il bourbon. 

Certo, badate bene: l'alcool non è una soluzione... Però  ci aiuta e aiuterà sempre a sopportare che niente è come sembra, anche se il sembra a volte è bellissimo (come un fake). 

* "Nata dalla tempesta", la prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, khaleesi del Grande Mare d'Erba, "la Non-bruciata", "Madre dei Draghi", regina di Meereen, "Distruttrice di catene".


Mille bolle di te e di me

Giugno è alle porte. L’estate 2019 tanto attesa sta arrivando. Eccola, la stagione dei mancamenti sotto il sole, del mare sempre e comunque, delle derive in cerca dell’ombra e dei locali climatizzati. 

La stagione dell’amore. L’amore che sboccia sui tramonti al mare, l’amore che finisce perché « ho bisogno di pensare a me stessa/o e quindi vado a Marbella con gli amici», l’amore consacrato da Dio o dall’uomo: la stagione del MATRIMONI. 

Perché ammettiamolo, nessuno di noi si salva e da aprile in poi scatta la fobia delle partecipazioni e delle capriole per arrivare a fine mese e cercare di mettere da parte il budget per un viaggetto.

I più fortunati riusciranno a spuntarla con un volo Ryanair. 

Ma per molti di noi, niente da fare: quest’anno nessun viaggio, ci sono i matrimoni… e allora non ci resta che pensare al vino per ogni circostanza che questa nuova agognata estate 2019 ci porterà. 

Se rientrate tra coloro che penseranno a se stessi e si faranno un bel viaggio in località marittime da sogno, non ho nulla da dirvi. 

Se state per sposarvi e quindi per colpa vostra i vostri amici non potranno farsi la vacanza desiderata, abbiate la compiacenza di farli bere dignitosamente al vostro matrimonio. Ecco qualche modesto - e interessatissimo - consiglio. 

  1. Se il vostro budget è medio/alto. Abbiate la decenza di offrire vini di un certo livello. Magari fatevi aiutare da un esperto che vi guiderà nella scelta del o dei vini giusti per il menù del vostro giorno (ad esempio la mia consulenza al riguardo potrebbe essere un utilissimo dono di nozze). Per il brindisi iniziale, puntare sullo champagne è sicuramente d’effetto. Ma quale champagne? Io eviterei gli eccessi e mi lancerei ad occhi chiusi sul Pol Roger Brut Réserve: è buono, non costa una cifra assurda e ha una bella etichetta bianca che fa al caso vostro. Non pensate nemmeno di poter bere uno spumante brut sul dessert! Con il dessert dovete scegliere sempre e comunque un vino dolce, o magari un demi sec.
  2. Se il vostro budget è medio. Niente da fare. L’unica cosa che avrà a che vedere con lo champagne sarà il colore dell’abito da sposa. Non vi abbattete! Ottimi Franciacorta potranno venire in vostro soccorso, senza contare la sconfinata quantità di spumanti che è possibile reperire in commercio, tra tutti il  Franciacorta Berlucchi Cuvée Imperiale Brut. Anche qui vige la stessa regola: niente Burt con i dessert! Con i dolci, un bel Moscato d'Asti, come quello dell'azienda Coppo.
  3. Se non avete un budget. Cosa vi sposate a fare?

In tutte le ipotesi indicate, non lesinate mai sulla quantità  e tenete a mente che nel pranzo di nozze, il vino è quasi sempre incluso. Sarà certo più conveniente scegliere tra le etichette che catering o ristoratori vi proporranno.

Infine che fare se ricadete nella sventurata quota dei disillusi o degli abbandonati? Se siete appena stati lasciati o correte dietro ad amori impossibili, non vige alcuna regola se non quella del “bevo per dimenticare-superare”. Gin tonic, prosecco, Tavernello, champagne, Franciacorta e qualsiasi roba potabile dal minimo tasso alcolico vi è concessa. 

Stessa regola per chi festeggia il proprio addio al nubilato o celibato: è l’ultima occasione di potere fare le zoccole o i cornuti (veri o presunti) con il tacito assenso della comunità di appartenenza; bevete quello che vi capita. 

Personalmente ho sempre definito il matrimonio come “l’insano gesto” ma in realtà nutro profonda ammirazione per chi ha il coraggio di guardarsi negli occhi e scambiarsi una promessa di - potenziale - amore eterno. 

Poi però comincio a farmi domande sull’eternità e sul tempo che passa e mi incarto in elucubrazioni dalle quali è difficile uscire. 

Quindi prima di rileggere per la millesima volta il capolavoro di Heidegger, preferisco mettermi a bere. Anche io una bella bollicina, uno spumante e si cazzo, uno champagne! Crepi l’avarizia. 

Del resto non ho 200 bocche di parenti famelici da dissetare.

Peppino di Capri mi si manifesta come la Madonna ai tre pastorelli in Cova d’Iria: «cameriere champagne!» 

Un Roederer millesimmato è perfetto. O magari il Dom Perignon Rosé, mentre guardo lo spot della maison con Lenny Kravitz. No, un attimo… c’ho sti due matrimoni.  Ok, calma. 

Dal momento che il budget necessario per lo champagne sarà devoluto in regali di nozze, andrà benissimo anche il Franciacorta Brut di Contadi Castaldi  che su Tannico troverete a circa € 8, 20  https://bit.ly/2MiB5cs. 

Saremo pure un pò acidi, poveri e sfigati e per colpa dei nostri nubendi amici le nostre vacanze si svolgeranno tra la Riserva marina di Capogallo e il Lido dei Carabinieri a Ficarazzi. Poco male, troveremo comunque qualcosa da bere. Tanto prima o poi qualcuno divorzierà e saremo in diritto di pretendere in cambio dei nostri sforzi economici,  una cena gratis all’ Enoteca Pinchiorri. 


Cantine Aperte: cinque regole per non farsi detestare

Il nome della manifestazione la dice lunga: migliaia e migliaia di cantine in tutta Italia spalancano le porte e si lasceranno assalire da orde di appassionati e bevitori. 

Cosa? Cantine aperte. Quando? Sabato 25 e domenica 26 maggio 2019.*

Sarà il giorno in cui gli ospitality manager e gli addetti all’accoglienza penseranno seriamente al suicidio o a un concorso alle poste nella speranza di un lavoro più tranquillo. 

In effetti, quelle volte in cui mi sono ritrovata a partecipare a Cantine aperte, la situazione mi è sembrata spesso delirante. 

Da sommelier preposto alla mescita in bouvette, mi sembravano tutti pazzi e alcolizzati. 

Da visitatore e curioso mi sembravano tutti pazzi e alcolizzati con la non trascurabile conseguenza di non riuscire ad arrivare a recuperare nemmeno un grissino dal buffet.

Quest’anno ci riprovo, nonostante i traumi passati tornerò a cantine aperte con due miei carissimi amici. Ma torniamo a noi. 

Non fate gli enosauri.  Gli enosauri sono una via di mezzo tra l’essere umano e Godzilla. Una volta realizzato che, con una modesta cifra, potranno bere e mangiare a dismisura, perdono il senno, si ubriacano e devastano tutto quello che si trova nel loro raggio d'azione. 

Nero d’avola, merlot, nebbiolo o catarratto non sono più vini ma essenze da fagocitare senza sosta perché  " ho pagato il biglietto e me ne fotto! "

Se anche voi desiderate partecipare a questa bella manifestazione, provate a darvi un contegno e tenendo a mente queste 5 regole riuscirete a non farvi schifiare. 

 1) Non insistere per aver riempito tutto il calice. 

Nonostante possiate bere tutto il vino che desiderate, chi ve lo serve (un sommelier o un impiegato dell’azienda) non potrà riempire il calice fino all’orlo. 

Questo non perché voglia lesinare sulla quantità, ma perché le regole di servizio, così come la comune decenza, impongono di colmare il calice non oltre la “curva” del bevante ( cioè la coppa, per intenderci). 

Se dipendesse esclusivamente dal desiderio di chi vi serve il vino, vi assicuro (per esperienza personale) che non solo vi riempirebbe il calice fino a farlo straboccare, ma vi darebbe anche tutta la bottiglia, anche un cartone da sei, il tirabusciò, una pacca sulla spalla e le chiavi della sua macchina per farvi andare via. Se volete proprio bere fino a scoppiare, armatevi di santa pazienza e fate con calma la fila tutte le volte che vorrete ricolmato il bicchiere.

2) Vietato tracannare. 

Sorseggiate con calma, annusando (o facendo finta) il contenuto. 

É il calice che raggiunge la bocca e non viceversa. 

Niente gesti plateali: non fate roteare vorticosamente il vino nel calice, impugnatelo dallo stelo e non alzate il mignolino, non reclinate la testa all’indietro per scolarvi l’ultimo sorso. 

Non urlate. Non lanciatevi in sperticati e rumorosi brindisi. Non siete al battesimo di vostro cugino. Siete ospiti di una cantina che vuole promuovere la propria attività e i propri prodotti, sforzatevi di essere educati.

3) Evitate rumori molesti. 

Nel corso della manifestazione normalmente si inizia con una visita della cantina, dei locali di produzione, affinamento e (se presenti) di imbottigliamento del vino. 

Anche in questo caso, la buona educazione sarà cosa gradita: ascoltate la vostra guida, magari togliete pure la suoneria del cellulare ed evitate di parlare al telefono a voce altissima mentre qualcuno si sta sforzando di far bene il proprio lavoro mentre voi siete in gita. Abbiatene rispetto.

4) Animali e minori di anni 18. 

Entrambi saranno quasi sempre ammessi. 

La buona educazione impone di mantenerli a bada e comunque - nel caso dei nostri amici a quattro zampe - di chiedere preventivamente l’ammissione.  

In questo caso, sarebbe corretto munirsi di museruola e guinzaglio: potreste trovare altri animali intorno a voi o persone che detestano la presenza di quadrupedi a piede libero.

5) Sforzatevi di fare qualche foto decente dell’azienda e dei prodotti che andrete a degustare e postatela sui vostri profili social. 

Nel farlo l’uso dei tag (@nomedellacantina) e geotag (indicazione della località) sarà cosa gradita. 

Evitate l’uso dei trenini di hashtag su Facebook, limitatevi a un breve testo e #cantineaperte2019. 

Sul vostro account Instagram invece libero sfogo alla fantasia: #caniteaperte2019 #winetime #winetasting #winemoments #winelovers #peaceandlove e chi più ne ha più ne metta (ricordate sempre tag e geo tag). 

Così facendo, avrete ripagato il vostro ospite dell’accoglienza e centrato l’obiettivo della manifestazione: conoscere e far conoscere il buon vino e le persone che quotidianamente sfidano le bizze della natura e dell’umanità per creare e vendere un prodotto che ci piace tanto.  

Per il resto, bevete, mangiate e divertitevi! 

Io quest’anno sarò ospite della cantina TENUTA GORGHI TONDI. E voi? 

* Qui troverete la lista completa delle cantine che aderiscono alla manifestazione e di quelle che hanno rinviato l’evento causa meteo:  https://bit.ly/1lUrLW6


Leggete e bevetene tutti

Leggete e bevetene tutti.

Perché una guida irriverente per allegri bevitori e non semplicemente una guida?

Innanzi tutto perché le guide non le so scrivere e non sento di avere l’autorità per farlo.

Poi perché le guide sono spesso troppo tecniche ed il loro uso è fisiologicamente rimesso agli operatori del settore che non sentiranno il bisogno di una mia opinione in merito.

Leggete e bevetene tutti nasce originariamente come un diario delle mie esperienze col vino, sia delle vendite che delle degustazioni.

Poi pian piano, più stavo a contatto con il pubblico più capivo come di un argomento così vasto e importante qual’è il vino, fosse necessario parlane in modo “potabile”

Così, ho cominciato a rivolgermi ad un interlocutore fittizio, partendo dal presupposto che fosse come minimo astemio.

Da lì ho iniziato a rivedere le mie note, il mio linguaggio ed il mio atteggiamento con gli altri e - inutile a dirsi -  le persone iniziavano ad ascoltarmi.

Ho provato a parlare di vino usando un linguaggio ironico, a volte colorito, ammettendo le mie mancanze e i miei trascorsi, partendo dai miei studi certo, ma usandoli come grimaldello per invogliare i lettori alla conoscenza di un mondo sfaccettato, eterogeneo e bellissimo.

La conoscenza del vino, passa anche dagli aspetti tecnici che in questo libro vengono sfiorati quel tanto che basta per liberarci dal timore di “non saperne proprio parlare”.

Sono un sommelier? Si, certo. Sono un allegro bevitore? Si, sopratutto.

Ma chi sono gli allegri bevitori?

Allegro bevitore è chi - al di là della composizione del vino - sappia apprezzare semplicemente il momento in cui lo scopre e lo  assapora.

Allegro bevitore è chiunque sia in grado di amare il vino e comprenderne l’anima viva e cangiante,  ridente e appassionata.


No Vermouth, no party! Cinque modi fighi per berlo.

Dopo anni d’incomprensibile oblio, la mitica bevanda a base di vino, è fortunatamente tornata alla ribalta.

Negli ultimi due anni, infatti, la produzione in Italia è passata da una ventina di etichette ad oltre un centinaio.

Wermut in tedesco significa artemisia (o assenzio) pianta amara aromatica per eccellenza, che caratterizza l’impronta di quello che è stato definito un “vino di lusso”, creato da tale Antonio Benedetto Carpano.

Classe 1765 Carpano era un garzone di bottega poco più che ventenne nella liquoreria e vineria di Marendazzo nell’allora Piazza delle Fiere (e scatta subito la corrispondenza di liquorosi sensi).

Il genio d’origine biellese, creò la sua formula nel retrobottega torinese nel 1786, inventando il vermouth e quindi l’aperitivo. Benedetto Carpano! Di nome e di fatto. Il successo fu tale che la rivendita venne riconvertita in un bar aperto h24.

Un po’ come il nostro Ganci, ma da cinque euro al pezzo.

La scelta del nome dall’eco teutonica per un prodotto tutto torinese, pare sia stata dettata dalla volontà di incensarsi la reale Casa Savoia che all’epoca declamava a gran voce la propria discendenza da Re Ottone II di Sassonia. Meglio così. Pensate se il vermouth fosse stato inventato oggi ed al posto delle eleganti donnine dai banconi dei wine bar capeggiassero locandine con il simpatico faccione della Merkel; roba da restarci sobri per sempre.

Ad ogni modo, il vermouth divenne la bevanda ufficiale dei Savoia ed accrebbe la sua fortuna che esplose nella belle epoque, nell’epoca dei raffinati calici di vetro in cui era servito, nell’epoca di ToulouseLautrec cui s’ispirarono le celebri locandine dedicate alla real bevanda.

Ballerine squattrinate e signorotti mondani si univano sotto l’egida di un’ebbrezza alcolica aromatica al ritmo forsennato del can-can.  Quando si dice, nascere nel secolo sbagliato…

Nelle sue numerose varianti da extra secco a dolce, è ottimo come aperitivo, indispensabile nella mixology e perfetto a fine pasto: con il suo retrogusto antico e la sua forza evocativa – manco fosse un film di Baz Luhrmann – il Vermouth sta vellicando di nuovo il palato degli uomini e delle donne e si ritaglia un ruolo principe nelle bottigliere dei locali alla moda.

Ecco cinque modi fighi per gustarlo:

CARPANO ANTICA FORMULA liscio/on the rocks: Il Re Carpano inventato dal genio creativo di Armando Testa, domina ancora oggi la categoria dei vermouth.

Un bicchiere di Antica Formula (dalle ore 17:30 alle 00:00) ti conferisce stile ed autorità in materia. Ha un aroma intenso d’agrumi e chiodi di garofano con un finale all’amaretto che precede una forte nota vanigliata. E’ l’aperitivo o il fine pasto dell’uomo trendy e sicuro di sé o della donna da presentare a vostra madre. Bevuto con disinvoltura nelle giuste ma robuste quantità, vi consente di avviarvi alla cena come se foste David Bowie ma in frac.

RENDEZ-VOUS con PUNT e MES:  40 ml di Punt e Mes, 20 ml di Fernet Branca e 40 ml di soda water per un cocktail di classe, intenso e deciso per chi ha tutto e niente da dimostrare. Il Punt e Mes è lo storico vermouth  di casa Carpano, con una punt dolce e mes (mezza) amara dovuta all’aggiunta di china; ricordato anche per  il  celebre logo creato sempre da Armando Testa nel 1960.

Perfetto per i disinvolti, da sorseggiare anche alla luce del sole in pieno centro, mentre lo sciù scià vi lustra la stringata dei F.lli Rossetti.

NEGRONI con VERMOUTH del PROFESSORE: è il cocktail inventato dal Conte Camillo Negroni.  Si narra che il nobile uomo sia partito dall’Americano aggiungendovi il gin (che ci piace tantissimo).

E’ ancora oggi il principe degli aperitivi, perché predispone il palato e lo stomaco al cibo che sarà consumato.

Se preparato a regola d’arte, non stanca mai e diventa eccelso con l’uso del vermouth prodotto dalla “Antica distilleria Quaglia”.

Se il barman vi guarda di traverso e dichiara di non avere questo vermouth, sentitevi in diritto di protestare o di cambiare locale. Non lo rimpiangerete.

STORICO VERMOUTH DI TORINO COCCHI con formaggi caprini: Ebbene sì, il vino aromatizzato si presta ad abbinamenti gastronomici funambolici ma nemmeno tanto azzardati. Lo Storico Vermouth di Torino colpisce per le note di cacao e arancia amara che orchestrano un piccolo campione balsamico e speziato di canfora, muschio e noce moscata.  Perfetto come ingrediente di uno strepitoso Manhattan (per i fan di Woody Allen ma anche quelli di “Sex & The City”) è sorprendente in abbinamento a formaggi caprini di media stagionatura; dedicato ai gastronauti alla continua ricerca delle colonne d’Ercole.

VESPER MARTINI: il cocktail prevede l’impiego del Kina Lillet oggi detto Lillet Blanc, vermouth francese a base di uve semillion e sauvignon blanc.

E’il cocktail di James Bond in “Casino Royale” e “Quantum of Solace”. Punto. La ricetta di Ian Fleming prevede: «tre dosi di Gordon, una di vodka, la metà di Kina Lillet».

Riservato all’uomo forte e  del buon bere, impassibile e con i gemelli ai polsini, o alla donna dal tacco dodici con il fegato da camionista, capace di scalare il K2 o rincorrere il bus senza emettere una goccia di sudore.

Liscio, mixato o abbinato, il vermouth conserverà sempre il suo allure da intellettuale bohémien e sarà sempre – oggi come ieri –  una scelta di stile.


Kobe mi diverto. La fortuna di essere manzo

Immaginate di essere un bue, destinato dalla nascita alla macellazione. Immaginate però di essere un bovino giapponese di razza Tajima, nato a Kobe, sull’isola di Honshu in Giappone.

Allora sarete sì destinati ad una brutta fine nel pieno della vostra esistenza, ma avrete vissuto una vita che la maggior parte dei bipedi umanoidi se la sogna.

Il manzo Kobe è probabilmente la varietà più prelibata al mondo, vero e proprio Graal per gli accoliti della carne rossa.

La sua caratteristica principale è la marezzatura (cioè la presenza di venature di grasso all’interno del tessuto muscolare) praticamente perfetta, un equilibrio mistico tra “carne” e grasso, ma un grasso nobile e buono, la cui percentuale di colesterolo è più bassa rispetto alla stragrande maggioranza delle carni rosse prodotte nel mondo.

Gustare il manzo Kobe, è un’esperienza che vale la pena fare almeno una volta prima di morire, perché ha un gusto unico che non si scorda più, una consistenza che ridefinisce il senso del “si scioglie in bocca”.

In pratica un burro che fa bene al cuore ed al palato, gustoso, profumato e un po’ dolciastro.

E’ sublime nella cottura alla griglia, adatto alla pietra lavica, incomparabile nella versione brasato ed unico se mangiato crudo. Una goduria.

Il vostro portafogli potrebbe però protestare ed indurvi a desistere perché effettivamente il Kobe costa un bel po’. La carne può arrivare ad un prezzo che va oltre i € 1000/kg ed una bella bistecca al ristorante potrebbe costarvi anche € 300.

Viene da chiedersi: Perché il manzo Kobe è così buono? E perché costa così tanto?

Presto detto. Al di là di essere un toro castrato (e questa vi assicuro è l’unica nota dolente per il caro bovino) o una scottona (una mucca che non abbia partorito) gli allevatori di manzo Kobe, riservano ai loro capi di bestiame un trattamento che nemmeno Chiara Ferragni durante la fashion week.

Lo scenario è il seguente: Il nostro amico Kobe, vive in un arcipelago di natura vulcanica e montuosa, in una rigogliosa pianura con le cime innevate sullo sfondo, alberi di ciliegio in fiore, prati verdi e lussureggianti in cui bivacca fronte mare.

Ha un bel manto nero e lucido costantemente spazzolato, si nutre di riso, fieno e grano selezionati, beve birra a più non posso e non può mai e poi mai superare il peso di 470 kg; praticamente è il Jason Momoa delle razze bovine.

In considerazione della loro stazza e dello stile di vita rilassato, per sopperire alla limitata attività fisica svolta (considerate che non possono nemmeno fare all’amore) i dolcissimi Kobe vengono costantemente coccolati ed addirittura massaggiati per garantire un idoneo risveglio muscolare e sopperire all’inattività.

Coccolati, ben nutriti e con una final destination che – a quanto si dice- rispetta la dignità ed il benessere fisico e mentale dell’animale (ma di questo – ahinoi- non avremo mai contezza); è quindi scontato che la carne che si ottiene da questa filiera produttiva sia di altissimo livello.

A conti fatti, essere un Kobe, non è poi così male.

A pensarci bene, se mai un giorno in virtù della vita che ho condotto dovessi reincarnarmi in un quadrupede, vorrei proprio essere un Kobe.

Avrei cibo, alcool e massaggi tutto il giorno, una forma perfetta senza praticare sforzi, un panorama da urlo con vista sull’oceano e mi avvierei alla morte con Angel di Aretha Franklin in sottofondo.

E con buona pace di Foscolo, sarei ricordato da tutti e per sempre come l’esperienza più goduriosa delle loro vite.


#Cinegustologia: il Perricone ed Ettore Scola

#Cinegustologia: il Perricone ed Ettore Scola.

Il Perricone è vino astruso, quando si presenta è difficile, spigoloso, non può farci niente.

Almeno una volta nella vita, tutti ci siamo sentiti  un pò Perricone: lui è così com’è.

Parlo del Perricone estremo, quello che non viene ingentilito con altri vitigni che lo rendono più smooth di quello che in realtà è: un’ uva ingenua ma piena di sentimento, altera  nel suo essere spigolosa e comunque bisognosa di essere amata.

Quando bevo un bicchiere di Perricone penso alla semplicità, alla poesia che solo l’incontro di due purezze estreme ed apparentemente antitetiche può creare. Penso ai profumi dolci di bucato e di liscina che ricordano mia nonna e le terrazze assolate della sua campagna dove i panni asciugavano.

Il calice è pieno di un rosso rubino impavido, e gli aromi che sprigiona sono così forti e contrastanti: ritrovi la violetta e l’alloro, la mora e a volte un forte puzzo d’aia dove ingenuo e felice razzolavi anche tu.

Lo bevi ed il calore ti travolge e poi ancora la bocca si secca e non ti spieghi questa progressione che si chiude con un sapore deciso, poi astringente e poi caldo, lungo, quieto e inquieto.  Il vino si rassegna nella bocca, prima l’asciuga e poi si arrende per mostrarsi nella sua ingenua ed insopprimibile diversità.

Essere un Perricone è difficile. O sei ingentilito e domato ed asservito alle logiche di quelli che ti vogliono composto e rassicurante o sei uno scomodo, incompreso per avere detto la tua verità sapida ed astringente. 

E’ un vino dalle due anime apparentemente distanti, asincrone: come quella di una moglie soverchiata e madre incompresa e quella di un intellettuale  omosessuale ed aspirante suicida, protagonisti del capolavoro di Scola.

E’ un attimo e si crea l’equilibrio: lei chiede aiuto e lui desiste dall’insano proposito e le si rivolge, scherza, la vede e  perde quell’aria greve; accennano passi di danza, si abbracciano.

Il Perricone è un vino crudo come l’amplesso disperato di Antonietta e Gabriele. Un cerchio dentro una quadra. Un episodio di grezza simbiosi ed impossibilità fattuale.

E’ un istante da custodire per ricordarsi che esiste un modo diverso ed autentico di essere se stessi; un modo troppo scomodo in un mondo di casalinghe rassegnate ed uomini alla brillantina.

Un vino da amare “così com’è”.

Dedicato ai capelli di Marcello Mastroianni in “Una giornata particolare” E. Scola, 1965